Lo “Staio”, antica unita di misura di cereali che dal periodo romano è arrivata fino ai giorni nostri.

Chi ha una certa età, si ricorderà dello “Staio” (plurale Staia), una misura agraria  di peso per cereali ma anche  di superficie seminativa che in tutta Italia, ma in particolare nella nostra zona e nella montagna del Pratomagno è stata in uso fino a pochi decenni fa,e ancora da qualcuno  sempre usata in certe occasioni. Per staio si intende un contenitore circolare di legno o di lamiera di spessore sottile, in genere a tronco di cono con la  bocca più stretta del fondo, in  certi tipi di staio sulle pareti esterne erano  applicati due manici per movimentarlo meglio e facilitarne così l’uso. È una misura antichissima la cui capacità in  litri  e quindi in peso di cereale contenuto e di conseguenza in mq di superficie seminativa, variava non solo da regione a regione, ma anche da vallata a vallata, tanto che nel 1877 la provincia di Arezzo cercò di unificare  il volume per tutte le vallate di competenza, anche se il tentativo  ebbe scarsissimo successo e tutti rimasero fedeli ai valori tradizionali locali di questa antica misura. Il termine “Staio o Stajo, ma anche Stajolo, deriva dalla parola latina “Sexstarius”, una unità di misura per i cereali che per gli antichi romani era la sedicesima parte del “Moggio”. Lo staio con il passare dei secoli diventò in tutta Italia l’ottava parte del moggio, per cui il volume dello staio raddoppiò rispetto all’antico sexstarius latino. Essendo lo staio un sottomultiplo del moggio, misura quest’ultima variata con il passare dei secoli, soprattutto nel periodo dei comuni e delle signorie, non solo da zona a zona ma anche da paesi a paesi vicini, di conseguenza anche il valore dello staio  diventò diverso da territorio a territorio della stessa vallata. Normalmente in Toscana il volume dello staio variava da 15 a 20 litri, sappiamo che ad Alessandria era 17,7 litri, a Milano 18,2 litri a Cremona 35 litri, a Parma 47 litri, a Modena 63, a Forli 72 litri, a Venezia 83,3 litri.

Storicamente che lo staio sia stata una misura fondamentale per la Toscana nel campo agricolo lo dimostra quanto riportato nel “Libro di Montaperti”, volume  stampato nel 1889 dall’ editore fiorentino Viesseux a cura di Cesare Paoli e ristampato qualche anno fa dalla Firenzelibri, curato dal  terranuovese  prof. Carlo Fabbri e ora ormai introvabile nelle librerie. In  questo libro vi è riportato scrupolosamente il numero di staia di grano versati dalle comunità (650 chiese che facevano capo a 76 pievi) che appartenevano  alla Repubblica Fiorentina, grano versato per mantenere l’esercito di Firenze che andava a far guerra a Montalcino e che a Montaperti cadde nell’agguato tesogli dai senesi.         Il libro fu chiamato “Libro di Montaperti” perché  rinvenuto dai senesi proprio sul campo dopo la battaglia di Montaperti nel 1260 e tenuto a Siena come trofeo importante di guerra, tanto che appena Siena fu occupata dai fiorentini nel 1555, questi riportarono subito a Firenze il libro. Per dovere di cronaca  riporto le staia di grano versate da alcune comunità (parrocchie) del Valdarno, staia di grano che sono indicative della floridezza economica a quel tempo della comunità (chi era più ricco più doveva offrire): Montevarchi 48 staia, San Miniato – Montecarelli 24 staia, Pulicciano 20 staia, Figline 18 Staia, Cocollo 12 staia, San Gaudenzio 7 staia, Montemarciano 6 staia, Piantravigne 5 staia, Faella 4 staia, Persignano (il più disatrato e mio paese) 2 staia. Mi preme fare presente che non c’è unicità fra gli storici nel giudicare il peso di uno staio di grano del 1260, alcuni parlano di 50 Kg a staio, altri 20 Kg a staio, altri ancora 18 Kg a staio.

Nel  secondo dopoguerra lo staio rimase a lungo come unità di misura di peso per alcuni prodotti  quali  grano,orzo, granturco, segale, avena, noci, ghiande, fagioli secchi, ceci, lupini, fave secche,saggina, castagne e olive raccolte e questo soprattutto per tradizione e comodità, in quanto tanti agricoltori avevano a disposizione ormai una bilancia e tutti possedevano una stadera a braccio rivoltabile su cui scorreva il romano e con due ganci, uno per attaccarci la balla del prodotto e l’altro  per collegarla  ad un robusto    palo  che serviva per sollevare da terra  il tutto e poter fare la misura, però occorrevano due persone agli estremi del palo alzante e uno che misurava, stadera questa indicata per pesi anche di 150 kg e non per qualche decina di Kg.

Collegata allo staio c’era poi un’altra misura contadina di peso e di superficie che era il “Sacco”. In genere  per fare un “sacco” ci volevano tre staia, da considerare che nel Chianti un “sacco” pesava 60 Kg, quindi uno staio necessariamente pesava 20 Kg, mentre in altre zone della provincia di Arezzo un “sacco” pesava 73 Kg .  Da questo insieme si capisce che il  peso del cereale contenuto in uno staio era strettamente legato al territorio e non una misura standard, ragione per cui quando fu adottato il sistema metrico decimale nel 1861, si cercò in tutte le provincie di fare una conversione e equiparazione costante e uguale con molte misure locali compreso lo staio, una conversione per lo meno uguale in tutto il territorio di ciascuna provincia ma fu  impresa che non ebbe successo perché ogni zona mantenne i propri vecchi valori. Esisteva poi uno staio solamente per le castagne e le noci che nel Valdarno aveva una capacità di 36,5 litri, le castagne e le noci venivano misurate a staio colmo, metodo di misura di cui parlerò nelle righe successive.

Nella provinciale dei Setti Ponti  sotto al  monte Cocollo, il volume dello staio era di  17,2 litri (ho misurato attentamente quello posseduto ancora dalla mia famiglia) e riempito raso  di olive  pesa  14 kg e  colmo 15 kg , di granturco  credo 16 e colmo appena un kg in più, di grano ho saputo 18 e colmo  poco meno di   19 kg. Il fatto che lo staio poteva essere misurato “raso”, cioè con il cereale pareggiato  ai bordi superiori, o “colmo”, riempito dall’alto a caduta fino a quando, fatta una cupola di prodotto sopra al limite  superiore, aggiungendone altro tutto cadeva per terra, ha sempre dato adito a controversie, in quanto in una operazione di misurazione fra braccianti e agricoltori e  di compra-vendità fra contadini e mercanti, per la diversa misura lo staio raso o colmo  andava a vantaggio dell’uno  e a scapito dell’altro. Non solo, ma spesse volte prima della compravendita veniva stabilito se il cereale doveva essere pigiato o no nello staio, e se era deciso di non pigiarlo veniva stabilito anche da che altezza doveva cadere il prodotto nel recipiente di misurazione.

Lo staio poi oltre che misura di peso diventava anche misura di superficie seminativa e questo parametro viene usato ancora in parte lungo la strada dei Setteponti dalle persone di una certa età che non hanno familiarità con le misure multiple dei metri quadrati. Come misura di superficie nella zona di Malva, Persignano, Montemarciano e Piantravigne uno staio di superficie misura 1750 metri quadrati perché con uno staio di grano si riesce a seminare una superficie di terra estesa metri quadri 1750. In alternativa allo staio le superficie venivano nominate a “sacchi”, considerando che un sacco conteneva  tre staia. D’altra parte i contadini di una volta  non usavano nominare l’ettaro per misurare l’estensione di un terreno perché non sapevano quanti metri era e neanche quanto fosse esteso: di ettari e metri quadrati non c’era alcun sentore nell’agricoltura di qualche tempo addietro.

Una unità di misura per cereali e unità di superficie , un utensile  la cui costruzione  metteva a dura prova anche i più provetti  falegnami e fabbri e  che dall’epoca romana è arrivato fino a giorni nostri, superando secoli e ere storiche e da qualcuno ancora usato.

In Italia dal 1982 il Sistema Internazionale è il sistema legale di misura da adoperarsi obbligatoriamente nel commercio. Dal 31 Dicembre 1989 l’uso di tutte le altre misure (staio compreso) non in linea con il Sistema Internazionale è vietato, ad esclusione di alcune misure  in  settori specifici (navigazione marittima,aerea e  traffico ferroviario).

                                                                                                                                       Foto e testo di Vannetto Vannini