METEOMONT” e valanghe

Il fenomeno del precipitare a valle di una massa nevosa staccatasi dalla montagna è molto concreto fra la gente delle Alpi e degli Appennini. Anche nelle leggende e nelle canzoni di montagna si fa spesso riferimento a eventi simili con i quali devono fare i conti chi pratica certi ambienti sia per sport sia per lavoro. Dove ci sono le condizioni, la valanga o slavina colpisce tutti e tutto e se questo pericolo è più marcato nelle Alpi, anche nella dorsale appenninica, come purtroppo abbiamo visto recentemente, questi fenomeni sono molto frequenti. Basta conoscere un po’ la storia e l’ambiente dei Monti Sibillini che ci accorgiamo come il rischio valanghe su queste montagne sia marcato e la cronologia di questi eventi in quelle zone ci mette al corrente non solo di rifugi distrutti, ma anche di paesi distrutti come quello di Villa di Bolognola e di Casale di Montegallo con conseguenti decine di morti (solo nel 1934 oltre 60). Innanzi tutto che differenza c’è fra la valanga e la slavina? Nessuna, perché indicano lo stesso fenomeno. Da tenere presente che l’Associazione Interregionale Neve e Valanghe (AINEVA) che è una sorta di coordinamento fra le regioni e le provincie autonome dell‘arco alpino occupandosi poi anche di formazione e sicurezza in montagna, consiglia di utilizzare solo il termine “Valanga”. I due termini si rifanno alla stessa base latina “labina” uguale “frana” che nelle Alpi occidentali è diventata la parola dialettale “labinca” da cui, per percorso in cui sono entrati anche influssi francesi è derivata poi la parola valanga, mentre nelle alpi orientali è rimasta “labina”, da cui è derivato il termine “slavina”. Le cause del distacco delle valanghe sono da ricercarsi soprattutto nella evoluzione che il manto nevoso subisce dal momento in cui si è deposto al suolo fino alla sua fusione in primavera o all’inizio dell’estate, oppure alla sua persistenza in nevai. Infatti il cristallo di neve comincia già, appena deposto al suolo, a mutare di forma in rapporto alle condizioni nivometeorologiche dalle quali è influenzato. Tale trasformazione determina a sua volta una profonda modificazione delle caratteristiche meccaniche dei cristalli di ghiaccio che lo compongono ed influisce direttamente sul modo d’essere e comportarsi della neve. Da tenere presente che le valanghe avvengono su pendii in cui la pendenza del terreno è compresa tra i 28° e i 45°, e quando la neve supera già i 25-30 cm di spessore. Vi sono molti motivi che causano il distacco della valanga, ma i più probabili sono dopo un forte vento, per un improvviso aumento della temperatura o il perdurare di basse temperature, per scivolamento di placche nevose superficiali su placche nevose profonde e ghiacciate, per attraversamento di ripidi pendii nevosi da parte di escursionisti o alpinisti ecc… Esistono tre tipi principali di valanghe: valanghe da neve fresca, valanghe di lastroni, valanghe di neve bagnata o primaverili. Inoltre oltre a questi tipi principali vanno ricordati il distacco e il precipitare di masse di ghiaccio, misto a neve e roccia che si verificano in altitudine, e le valanghe di neve “pesante e fradicia” che si verificano a primavera inoltrata trascinando con sé anche fanghiglia, terriccio, pietrame e vegetazione, diramandosi spesso nel fondovalle con un percorso imprevedibile ma molto devastante. Nel caso di incidente da valanga, il tempo è il fattore di base del quale è indispensabile tener conto per l’azione di soccorso alle vittime. Le statistiche dicono che circa un terzo delle vittime si trovano sepolte sotto meno di due metri di neve e la metà sotto meno di un metro. Tuttavia le probabilità di trovarle ancora vive diminuiscono assai rapidamente: l’80% delle persone travolte e sepolte sono ancora in vita al momento in cui la massa nevosa si ferma, il 40% lo sono ancora dopo un’ora, ed in seguito le possibilità di sopravvivenza si dimezzano per ogni ora che passa. Rimane evidente che il numero dei casi mortali diminuisce molto sensibilmente se si potranno localizzare le vittime con rapidità. Ai miei tempi, nelle Truppe Alpine portavamo attaccato al cinturone un rotolo di corda rossa lunga 12 m. chiamato “cordino da valanga” che veniva srotolato quando attraversavamo zone rischiose e ci portavamo dietro come una lunga coda in modo che se rimanevamo sepolti dalla neve, i soccorritori trovando la corda, sapevano che attaccata alla corda c’era una persona sepolta. Oggi chi fa attività escursionista e alpinistica di un certo livello in montagna non può fare a meno dei bollettini nivologici del servizio Meteomont che arrivano a tutte le prefetture, comandi militari e protezione Civile, bollettini che con cadenza giornaliera vengono pubblicati sul sito Meteomont. Inoltre ci sono mezzi tecnici 

elettronici di rivelazione come l’Arva che ogni alpinista, sci-alpinista e ciaspolatore devono portare dietro. Ma cosa è il Meteomont e come nasce? Tutto parte dall’attività in alta montagna dei reparti delle Truppe Alpine soprattutto per le esercitazioni invernali quotidiane e continuative di più settimane come i “campi invernali”. Negli anni 197071-72 reparti militari di tutte le Brigate Alpine furono coinvolti in incidenti valanghivi e troppe giovani Penne Nere” non tornarono a baita”. Nel febbraio 1970, solo il Battaglione Bassano della Tridentina che operava nella zona del lago di Braies ebbe in un solo giorno sette alpini deceduti, come altri sette alpini morti ebbe la Brigata Orobica in Val Venosta nel 1972 e altri incidenti più piccoli ma ugualmente dolorosi toccarono molti altri reparti facenti parte del Quarto Corpo d’Armata Alpino. Si poteva arrivare con uomini, armi, viveri e munizioni come è avvenuto sulla vetta del Cervino e sulla Palla Bianca d’estate o sul Piz Boè di febbraio e sulle cime delle montagne più belle, però non affidandosi solo alla capacità e alla intuizione del Capitano di Compagnia o del Maggiore Comandante del Battaglione, ma occorreva un servizio efficiente e tempestivo che ricavasse attraverso numerosi parametri indicativi una risultante che indicasse la reale consistenza del pericolo valanghe. Proprio allora il Ministero della Difesa istituì il Servizio Meteomont in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato oggi Carabinieri Forestali, Il Comando del Corpo d’Armata Alpino di Bolzano e il Servizio Meteorologico dell’Aereonautica Militare. La sede del Meteomont è a Bolzano presso il Comando Truppe Alpine e fornisce supporto meteonivologico alle diverse attività istituzionali sia militari che civili e attraverso la propria rete di rilevamento garantisce un capillare e costante monitoraggio meteonivometrico e dei fenomeni valanghivi lungo l’arco alpino e la dorale appenninica. All’interno del Meteomont, il Corpo degli Alpini, utilizzando militari altamente specializzati ha creato un corpo speciale SAR (Search and Rescue – ricerca e salvataggio), comunemente noto come “Squadra Soccorso” che può benissimo essere usato sia in pace che in eventi bellici in qualsiasi parte del mondo. Ogni mattina, in qualsiasi condizione di tempo 950 uomini e donne lavorano al servizio e tanti di loro, sci ai piedi e ciaspole nello zaino partono per i loro rilevamenti e stazioni meteonivo per dare possibilità di emettere nell’arco della giornata, alle ore 14, una edizione giornaliera del Bollettino Nazionale della Neve e delle Valanghe consultabili sul sito Meteomont per ognuna delle 13 zone in cui è divisa l’Italia. Oggi i bollettini di Meteomont, al quale fanno riferimento autorità militari, civili e magistratura sono elementi indispensabili per la sicurezza di chi va in montagna, per gli sciatori e per tutte le popolazioni che nel periodo invernale sono soggette a pericoli di caduta valanghe. Un servizio fatto dal personale del nostro Esercito, militari competenti e altamente preparati che mettono la loro professionalità e la loro passione al servizio di tutti.
Il servizio “METEOMONT” è raggiungibile a questo indirizzo:

http://www.meteomont.gov.it/infoMeteo/ 

Vannetto Vannini